Monzascacchi - c/o Target Club Viale Valassina 86, Lissone email: scacchimonza@gmail.com
 

La precisione, la precisione è la prima cosa. L'unica volendo, perché tutto dipende da quella. Questo pezzo va lì e non là. La mossa si scrive dopo averla eseguita e non prima. Le mosse si fanno con una mano sola. Non due. Mai, neanche se arrocchi, se promuovi, se mangi. Mai puoi usare due mani. Un tempo credevo di essere bravo, di conoscere qualche apertura, di giocare bene. Mi sbagliavo. Ora ne so qualcosa. Ora saprei spiegarti, con dovizia di particolari, perché nella siciliana dragone le mosse 6. Ae3 e 7. f3 del bianco non si possono invertire. Citare partite, analisi, idee. Saprei spiegartelo, ma non lo farò. Capiscilo da solo. Studia. Documentati. Poi, se hai talento, se sei portato, se hai stile, se hai qualcosa, chiamalo come ti pare, poi forse lo capirai. Adesso è inutile.

Cambio Cd, nel lettore. Anatomy of a murder, di Duke. La colonna sonora di un film. Di Otto Preminger. Che non ho mai visto. Bella, comunque. Non bella come Ascensore per il patibolo, ma bella. Ascolto la musica, in cuffia. Duke lo riconosci dalla prima nota. Ha qualcosa, talento, stile, boh, non so come chiamarlo, ma lo riconosci subito. Intanto guardo. La stanza dove vivo. Le penne. C'è chi, delle sue vittorie, conserva i trofei, le coppe, le targhe. Io no. Conservo le penne. La penna del torneo di Bratto 2001, ad esempio. Quella con cui scrissi 25. f8=C!! che valse una norma. Quella del mio primo sociale, in cui arrivai ultimo. Quella del primo torneo che ho vinto. È tutta smangiucchiata, e certo non scrive più. Le penne dei miei successi.

Non si può ascoltare musica mentre si gioca, ma io la sento lo stesso. Sono anni che lo faccio, prima portavo il walkman, ora il lettore mp3. Lo so che non si potrebbe, ma ormai mi conoscono tutti, lo sanno che non sono certo il tipo che si registra le varianti e poi le ascolta in cuffia, e me lo lasciano fare. Non nei tornei internazionali, certo, ma in tornei così non mi fanno mai storie. E allora, quando il Duca attacca con Midnight Indigo, mi trovo ad aprire 1. d4. Non lo faccio più da anni, ormai gioco 1. e4, me lo posso permettere. Però 1. d4 mi ricorda come giocavo qualche anno fa, mi suona vecchia, un po' nostalgica, un po' malinconica, ma affascinante. Proprio come il Duca.

Il Duca, in cuffia. E fuori piove. Come al solito. Le scale che danno alla balconata sono ancora inagibili. L'ha detto l'assessore, l'altro giorno. E Pagno si è arrabbiato. E naturalmente, dal primo giorno, scacchisti che salgono, per guardare la sala. Qualcuno che fa foto, qualcuno che passeggia. Vabbè, allora tocca a me stare qui. Beh, intanto ascolto il Duca, e guardo le ragazze.

Una sala da torneo, di un torneo così, è una specie di carnaio. La gente sta zitta. Però si muove, guarda, esce, va a fare pipì. Incontra gli amici; quelli che giocano, quelli che passano e basta. Li saluta e a bassa voce ci scambia due parole. Sulla partita che sta giocando, su quella che ha giocato. Sul tempo, su dov'eri ieri sera ti abbiamo aspettato mezz'ora, no, ero in camera mia ad analizzare la mia venticinquesima. E poi, quando manca poco alla fine, le lampo. Le mosse concitate, i pestoni sull'orologio. E ancora, a partita finita, quelli che si fermano lì e analizzano. E quelli vicini che li zittiscono. Quelli che sollevano la scacchiera per portarla in sala analisi. E immancabilmente gli cade un pezzo, se non tutti. In totale un gran casino. Non sono pochi quelli che giocano con i tappi nelle orecchie. Io no. Io ho la mia musica.

Una volta scrivevo racconti. A tema scacchistico, più o meno. A qualcuno piacevano; a me servivano. Per distrarmi, per non pensare al lavoro, allo stress. Ora non lavoro più. E neanche scrivo. Ogni tanto li riguardo, i raccontini che ho scritto. Ce n'è uno che continua a piacermi. Non è un caso che, tra tutti, sia quello che agli altri è piaciuto di meno. Perché è diverso. E con gli scacchi non ha molto a che fare. Parla di uno che trova una combinazione bellissima, ma talmente bella, che decide di tenerla per sé. E di non giocarla. Non ha niente a che vedere con gli scacchi, con gli scacchisti soprattutto, esibizionisti come pochi. Che venderebbero la madre per vincere una partita con una sottopromozione. Che quando sacrificano un pezzo non riescono a stare seduti e fermi. Ma non tanto, non solo per l'adrenalina che gli corre nelle vene. Soprattutto perché vogliono dirlo a tutti. Non vogliono correre il rischio che qualcuno passi vicino alla loro scacchiera e dica hai un pezzo in meno. Dicono guarda, vai a vedere ho sacrificato. Riesci a capire perché? Riesci a vedere la variante? Io sì. E tra poco vedrai cosa succede.

Un racconto che avrei voluto scrivere, ma che non ho mai scritto, parla di una persona che, dopo un naufragio, o un disastro aereo, capita su un'isola sperduta. Ma non deserta. Abitata da persone un po' strane. Che parlano sì, nella sua lingua, ma con qualche errore. Scambiano la A con la B. La C con la N. E qualcos'altro. Il protagonista non ci capisce niente. E nemmeno gli indigeni lo capiscono. Poi, dopo qualche giorno, una decina in tutto, arriva una nave, e li porta via tutti. E già quando sono sulla nave ritornano a capirsi. Gli indigeni non sbagliano più le letterine. Solo, ogni tanto, sembra di vederli appartarsi e parlare ancora quella strana lingua. Oppure parlarla da soli, tanto che se fai una domanda a uno che è distratto ti risponde ancora sbagliando. Avrei voluto scriverlo. Forse pochi l'avrebbero capito. Solo quelli con un po' di talento o stile, quelli un po' portati, quelli un po' come me. O forse nemmeno loro. Pace. Meglio così. Non l'ho scritto, ma ce l'ho. E questo basta.

Quando lavoravo utilizzavo ogni ritaglio di tempo per gli scacchi. Su internet, sui libri, per corrispondenza. A un circolo no, i circoli non mi piacciono. C'è chiasso, e poi entri e tutti ti guardano e ti studiano, ti chiedono di giocare solo per vedere se sei pericoloso. Non mi va che mi studino. Io guardo e studio solo gli scacchi. Sono un mondo, le varianti che puoi giocare sono un numero inconcepibile, irrazionale direi, se il nome non fosse già utilizzato. Eppure c'è una logica. Che, con fatica, con dedizione, con precisione, puoi trovare. Scoprire, o inventare, questo è un problema difficile. Comunque fare tua. E tua soltanto.

Il ragazzo, sulle scale, sembra addormentato. La bocca semiaperta, la testa appoggiata al muro, i piedi: uno sulla ringhiera, l'altro quasi rannicchiato sotto al corpo. Le braccia sullo stomaco. I capelli, di un biondo finto, pieni di gel. A guardare meglio si nota anche, in testa, una macchia rossa. Non è tintura. È sangue.

La Grunfeld. 1. d4 Cf6 2. c4 g6 3. Cc3 d5 4. Cf3 Ag7 5. Db3 dxc4 6. Dxc4 O-O 7. e4 Cbd7. Come quella volta.

Ci sono mosse che calcoli in automatico, senza fermarti più di un minuto. 8. e5 Cb6 mi attacca la donna. La tiro indietro e il cavallo va in d5. Sto peggio. Me lo ricordo, tantissimi anni fa, 9. Db3 Cfd5. Male. Non hai ottenuto niente. Allora mi alzo, vado in bagno. Palmari? Allora non si sapeva nemmeno cosa fossero. E i computer giocavano a scacchi da far schifo. No, training autogeno. Mi guardo nello specchio, mi dico resisti, gira la partita, inventa. È lì che è cambiata la mia vita.

A guardarla da qui, con il Duca nelle orecchie, una sala da torneo sembra una scacchiera. Anzi una serie di scacchiere. Come per una simultanea. E i giocatori sembrano pezzi. Se ci pensi puoi quasi indovinare cosa succederà, quello lì in terza fila si alza e va in quarta. Quell'altro esce, come un pezzo mangiato. E ti piacerebbe muovere, dire no aspetta, tu stai seduto, muovo prima il tuo vicino, così si libera spazio per quello nella fila indietro. Robe così. Da qui la gente dà un po' meno fastidio. Ma adesso non c'è tempo. Ho da fare. Ho la mia partita.

La mia memoria visiva è sempre stata ottima. Forse è per questo che a scacchi me la sono sempre cavata bene. E anche con la gente. Mi basta guardare un tizio una volta, per ricordarmelo; preciso, come una foto. Come quella volta, a Mosca. In bagno, quei tizi strani che escono.

Ci sono mosse che uno non calcola neanche. 8. ... Cb6 mi mangia la donna. Poi uno, una notte, in un albergo di chissà dove, di colpo, si alza e pensa a 9. exf6! Tre pezzi per la donna. Tu giochi, l'altro deve solo difendersi. È una delle cose che mi piacciono degli scacchi. È come se le partite non finissero mai. Te le porti dentro. E poi, magari, di colpo, un giorno trovi la manovra che vinceva. E quelle in cui non la trovi... basta avere pazienza, arriverà anche lì un'idea. La pazienza è tutto. Quando accetto un lavoro lo metto subito in chiaro, non datemi limiti di tempo. Posso portarlo avanti anche per anni. Ma alla fine arrivo sempre al risultato. E il risultato è sempre un successo.

Guardo la scacchiera, 8. ... Cb6, mi attacca la donna. Ci penso, e mentre penso ricordo. Quelle storie, la mafia russa, il processo, quel giocatore ucciso nei bagni. La protezione dei testimoni. Cambiare vita, cambiare nome, cambiare repertorio di aperture. Una nuova identità, anche scacchistica. Per qualche anno evitare i tornei. Poi giocarli, ma cambiare stile. Un po' come quella roba strana, che ho sempre pensato, se si può diventare mancini. Si può. Nessuno mi riconosce più, non dalla faccia, non dallo stile di gioco. Sono un'altra persona. Riguardo la scacchiera. Un lampo. Mi capita, ogni tanto, quando sono un po' distratto, ma la vedo. 9. exf6!! tre pezzi per la donna, gioco io, tu ti difendi, si ribalta la partita. L'avessi vista a Mosca... Sembra quasi un lampo, rosso, vicino alla casa f6, dura un istante, anche meno. È vinta. Non sbaglio mai un colpo.

Non sbaglio mai un colpo. Ormai, questi fucili con il puntatore laser li potrebbe usare anche un bambino, senza sbagliare mai. La precisione è fondamentale. Mentre il Duca attacca Upper and Outest miro e premo il grilletto. Lui ha la testa tra le mani, lo vedo rilassarsi all'indietro, adagiarsi sullo schienale. Non si sentono rumori. Nessuno se ne accorge, probabilmente nemmeno l'avversario. Prendo il mio taccuino. Segno 1-0.

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