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San Fermo della Battaglia è un posto che si fa fatica a chiamare paese. Sono due case in croce e una piazza, con la chiesa e il municipio, messi lì, in cima a una collina, sopra Como. A che battaglia si riferisca non l'ho mai capito. Io ci vado, da quindici anni a questa parte, perché ci fanno un torneino lampo, che dura tutto il giorno, perché la gente che ci va è simpatica, perché ormai ci si conosce tutti e perché alla fine dell'estate, un posto così, una domenica così, ti fa piacere.
La tradizione vuole che S. Fermo sia l'ultimo scampolo d'estate; il clima in generale è ancora buono, c'è il sole, che picchia quando vai giù dalla discesa, per raggiungere il tendone sotto cui si mangia, e picchia ancora alla sera, quando torni e pensi che domani è lunedì, il primo dell'anno, con un sacco di robe da fare e tanta voglia invece di starsene lì, o da qualunque altra parte, ma non al lavoro, non ancora.
La tradizione vuole poi che il torneo lo vinca sempre Ratti, con una sola eccezione, a mia memoria, che anche quella sarebbe una storia da raccontare, e forse un giorno lo farò.
Ancora, la tradizione dice che sul bando del torneo, su quel volantino che ti mandano a casa, ogni anno, il mio nome non compare mai.
Oddio, non è che questa sia una notizia, ci sono molti tornei che faccio e in cui sull'albo d'oro il mio nome non c'è, ma qui è diverso, perché questo torneo qui è anche il campionato lampo provinciale e capita spesso che io arrivi subito dietro ai primi tre ma davanti al primo dei comaschi, cosicchè, sul bando del torneo leggi chi è arrivato primo secondo, terzo e quinto, ma non il nome di quello che è arrivato quarto, cioè io.

'Gli ha attaccato il lato di donna, non ha capito più niente, ha perso tutta la famiglia, tre pedoni in meno e senza compenso...'
(commento di Passoni, a Ratti. Tradotto dal passonese)

Una partita, una lampo.

San Fermo ultimo turno, di molti anni fa.
Ratti è imprendibile, ha già vinto. Giochiamo, io e un ragazzo, abbiamo tutti e due un obiettivo. Io, se vinco, arrivo nei tre.
Lui, se vince, diventa campione provinciale. In apertura non succede niente, in mediogioco lo attacco sul lato di donna e perde i pedoni a, b e c, senza colpo ferire.
Sembra fatta. Non ha compenso per i tre pedoni in meno. Comincio il 'doppio teatro' (definizione passoniana) e gli butto f, g e h contro l'arrocco.
Però mi dimentico di dare uno scacco, la sua donna entra in gioco, il mio arrocco non c'è più e mi dà il perpetuo.
Stretta di mano, denti stretti, lista nera.
Niente di personale, figurarsi, anzi sembra un ragazzo simpatico.
Io non nei primi tre, lui, se non ricordo male, campione provinciale, ma potrei sbagliarmi...

La lista nera

Gli scacchi sono agonismo.
Almeno per me.
Anche se a questi livelli.
Capita, talvolta, che qualcuno giochi con me e abbia fortuna.
Salvi una partita persa, riceva un regalo insperato quando non lo meriterebbe.
Allora lo inserisco in una lista nera, virtuale.
Niente vendette però, niente riti o maledizioni.
Un campanello, piuttosto. Un asterisco a fianco di quel nome.
Quando ti incontro avrò gli occhi della tigre.
Qualche volta va bene, e da quella lista tolgo il nome.
Qualche altra volta passa talmente tanto tempo che il nome me lo dimentico. Qualche volta incontro il tizio e mi batte, però meritando.
E allora lo tolgo.
Qualche altra volta, come questa...

La Città Degli Scacchi

Se esiste ha delle vie, dei vicoli, delle piazze, degli edifici.
E sugli edifici, talvolta, targhe commemorative.
Questa è una di quelle.

Si chiamava Daniele Vismara.

Un anno fa, inseguendo una variante poco chiara ai più, ci ha lasciati.
Qui, nella città degli scacchi, rimarrà sempre.
Un anno fa non c'ero, non sapevo.
Questo è il mio piccolissimo ricordo di lui.

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