Monzascacchi - c/o Target Club Viale Valassina 86, Lissone email: scacchimonza@gmail.com
 

Se questo fosse solo un torneo, allora ci sarebbe il tempo, e lo spazio, per parlare di tante cose. Per parlare degli sconfitti, ad esempio, e non solo dei vincitori. Per parlare di chi, nel mio albergo, ha lasciato, ed è tornato a casa, perché non ce la faceva più. Per parlare di Maria Vincenza Santurbano, che ieri ha perso, forse, il suo titolo italiano, o di Suat Atalik, che non è riuscito a scalfire il predominio di Epishin. Si potrebbe parlare di Bracali, con cui mi scuso, per avere sbagliato il nome, nel diagramma dell'ultimo bollettino, oppure di Lain, che mi cerca e mi assicura che nella sua partita con Lettieri, né lui né il suo avversario conoscevano quella linea di Alekhine, che l'hanno trovata giocando, e che trovarla è stata un'emozione. Se fosse solo un torneo si potrebbe anche parlare molto del contorno, dei paesi qui intorno, e di un paese, in particolare, poco distante da qui. Si potrebbe parlare del profumo di funghi, che ti avvolge, in qualunque strada tu percorra, o del tempo, che sta fregando un po' tutti, partiti da casa convinti di essere ancora nel pieno dell'estate e capitati qui, in una specie di autunno precoce. O ancora dei parcheggi, che non si trovano, nelle strade di Bratto, se non di pomeriggio, quando tutti sono giù al palazzetto e allora puoi davvero sbizzarrirti. Ma questo non è un torneo normale. Questo non è lo stesso paese di settimana scorsa. Questo è un posto dove centinaia, forse migliaia di persone, da parti diverse, da mondi diversi, vengono e si incontrano. È un posto in cui se solo organizzi una gara di mangia e passa, come ieri sera, si presenta così tanta gente che fai fatica a trovare il posto in cui metterla. È un posto in cui ti giri e parli con Di Paolo, con Vancini, o Mantovani, o Godena, che fino a tre giorni fa non avevi neanche mai visto. Un posto in cui, da quando ti alzi a quando vai a letto senti parlare solo di una cosa. Un posto in cui, tra l'altro, tutti girano con in mano il bollettino, che ho scritto la notte prima, e quando li vedi ti senti davvero strano: orgoglio da una parte, paura dall'altra, che se trovano qualcosa che non va allora senti che non hai lavorato bene e ti dispiace. Un posto dove ascolti storie, che magari un giorno si racconteranno e magari, ascoltando alcune di queste storie, scopri una storia che conosci e allora ti accorgi che la persona con cui stai parlando, magari per la prima volta oggi, era già passata una volta per la tua strada, e però non te ne eri accorto. Un posto in cui quando si chiude la porta, quando si spengono i cellulari, quando viene messo in moto l'orologio, tutto tace, e rimangono solo gli accompagnatori, i mariti, le fidanzate, le mamme, che magari pensavano a una vacanza normale, a qualche giro nei boschi e invece se ne stanno lì, con un'aria più o meno indifferente, ma con dentro un po' di angoscia, e un po' di speranza. Che vorrebbero, come dicono alla sera ai loro cari, pensare che questo é solo un gioco, solo un torneo, ma forse, dopo sei giorni, cominciano a dubitarne anche loro. Un posto in cui tutti ti guardano, da casa, un posto in cui tutti sbirciano, in cui tutti hanno da dire, da richiedere, da commentare, da correggere. Boh, insomma, un posto così. Siamo al settimo giorno. Prendo il telefono, chiamo un amico, di scacchi non sa nulla. Ci parlo per un'ora, di calcio, di politica, di lavoro, di altro. Respiro. E poi giù a fare il bollettino.

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