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UNA STORIA DEI PRIMI ANNI VENTI di PINCARDINI LIDO ( Sansepolcro – Monza )
IL FIASCO DELL'OLIO


Premessa
Per quasi cinquecento anni, l'organizzazione dei territori agricoli nell' Italia centrale è contraddistinta dalla mezzadria, che dura fino al 1970.
Il territorio agricolo è suddiviso in appezzamenti di terra chiamati “poderi”. Il padrone della terra divide a metà con il contadino tutte le spese necessarie alla gestione del podere. Qualunque raccolto e ogni ricavato derivante dal commercio degli animali da cortile (conigli, anatre, polli, galline e uova) o dalla vendita di vitelli, manzi, mucche, vacche e maiali, sono divisi a metà.
La famiglia mezzadrile, a seconda della grandezza del podere, può arrivare anche a venti o venticinque membri e poggia su una disciplinata organizzazione interna che forma una vera unità di lavoro e di vita.
Il 'capoccia' è l'autorità che decide su tutto, e nessun membro della famiglia mette in discussione questa autorità che è, per tradizione, il maschio più anziano o in alternativa, il primogenito.
E' il capoccia, che tiene i rapporti con il padrone del podere che ha la sua casa, cosiddetta padronale, non lontana dalla casa del contadino. Nell' ottocento, ad aggravare le condizioni di vita del mezzadro, arriva il 'fattore'. Da quel momento il padrone cambia la qualità della sua vita. Va a vivere in città per meglio godersi i non pochi soldi che arrivano dai suoi poderi. Ora, il fattore lo sostituisce in tutto. Il fattore è capace, più del padrone, di scoprire quei contadini che tentano di prendersi, qualunque cosa, oltre il cinquanta per cento che spetta loro di diritto. Il fattore deve rimanere scapolo, se non vuole perdere il posto; la sua famiglia sono i poderi: così vuole il padrone. Con il fattore, diminuisce di molto la libertà d'azione del contadino. Adesso, il fattore osserva quante volte il mezzadro va alla latrina e quanto tempo ci rimane.
I proprietari delle terre, specialmente nell' Italia centrale, hanno non poca responsabilità dell' avvento del fascismo. Da quel momento, le questioni agrarie si compenetrano e si mescolano agli elementi più disparati: l'economia, la giustizia, la politica e persino la religione.
Introduzione Con questo primo racconto, ho ricostruito una autentica vicenda vissuta dal mio nonno Antonio, fratello di Andrea, capoccia di una famiglia di mezzadri, negli anni venti; un'epoca della nostra storia poco conosciuta dai giovani di oggi: l'epoca della mezzadria.
Il racconto mi ha facilitato non poco, il dialogo sulla mezzadria con i ragazzi della quinta elementare, frequentata dal mio nipote Lapo a Milano. Nella prima parte della storia, ho fatto la scelta di far parlare tutti i componenti la famiglia del mezza- dro in 'modo diretto', come ha voluto la maestra perché, dice: 'in questa maniera ho constatato che i bambini sono più attenti e interessati.'
A San Lazzero, una frazione di Sansepolcro in Valtiberina, andavo spesso a trovare il nonno Antonio perché era l'unico della famiglia che mi raccontava la sua vita; quelle erano storie vere. Le preferivo ai giochi su per il cantone, con i compagni di sempre, tra via Aggiunti e Via S. Caterina. Avevo dieci anni; era il 1937. Il nonno sapeva di farmi contento, se aveva la voglia di raccontarmi di quando era mezzadro.
Mi sedevo nello scalino della stalla vicino a lui, che sedeva su una piccola sedia di vecchio legno e 'schianza' di fiume. In fondo all'aia, la con- cimaia, con il suo inconfondibile odore di paglia bagnata, frammischiata allo sterco delle stalle.
Nel cuore e nei pensieri del nonno, sono sempre presenti, i mezzadri della sua grande famiglia. Presto, imparo a memoria non soltanto i nomi, ma anche i lavori che ciascuno di loro era tenuto a svolgere nel podere.
Prima parte
I componenti la famiglia del mezzadro, uno alla volta, si presentano: < Io sono il capoccia, responsabile di tutto il podere. Non so leggere, ma riesco a scrivere i numeri da uno a dieci, e a fare bene la firma. I conti li faccio a modo mio, senza sbagliare. Fumo il tabacco che riesco a racimolare durante il raccolto in autunno, con una pipa che è stata del mio nonno prima, poi del mio babbo. Vado a caccia con il cane del padrone. Mi sono iscritto al nuovo partito dei contadini: il partito socialista; di nascosto del padrone. Tutti i padroni dei poderi, sono contro questo partito. Io mi chiamo Andrea. >
< Mi chiamo Pio, sono il figlio più grande del capoccia, e proprio per questo sono detto il 'bifolco'. Sono responsabile, con il fratello Genco che è nato un anno dopo di me, della stalla e di tutti gli animali da cortile. >
< Io sono Genco. Le stalle sono importanti anche se vitelli, mucche, vacche e buoi sono le nostre soltanto per metà. I vitelli si portano a vendere al mercato, le mucche ci danno il latte, con i buoi e le vacche ci si lavora la terra. >
< Sono Egisto, l'unico in famiglia che legge il giornale. 9 Il capoccia mi ha dato la responsabilità della cantina. Decido da solo quando è il tempo di lavare le botti, le damigiane, i fiaschi e le bottiglie. Assaggio il vino che dopo la spremitura è stato travasato nelle botti e informo il capoccia, quando decido che è arrivato il momento di travasare il vino dalle botti alle damigiane. Sono il primo a giudicare se il vino è pronto da bere, nessuno in famiglia si intende come me di vino. Confesso, che prima che abbia inizio, con il fattore, la divisione del vino, ne faccio sparire non pochi fiaschi dietro casa, vicino alla latrina, che è il posto migliore per nascondere qualunque cosa. >
< Io sono il quarto figliolo, mi chiamo Tognarro. Ogni sabato accompagno il babbo a 'fare il mercato' in paese. Andiamo in giro ad ascoltare il prezzo del vino e degli animali da cortile. Se nel- la stalla abbiamo vitelli da vendere, ci informia- mo del prezzo. Quando ritorniamo a casa, ci sediamo intorno alla tavola con la mamma e i miei fratelli. Chiacchieriamo sulle necessità di tutta la famiglia: innanzi tutto le medicine, poi vengono le scarpe, le maglie di lana, i vestiti e qualche soldino per andare al 'cine' ( i primi film muti ). Alla fine della discussione si tirano le somme, e si decide cosa vendere al mercato, per fare i soldi necessari a comperare tutto. Per la decisione, l'ultima parola spetta al capoccia. La giornata del mercato è l'unica della settimana, per raggranellare qualche soldo che poi dobbia- mo dividere (non sempre) a metà con il padrone. >
< Mi chiamo Mariolino.Io costruisco i semensai nell'aia, vicino alla casa, con la terra che ho vagliato, concimato e preparato durante la stagione fredda. Tutti i contadini, utilizzano i semensai per avere le piantine delle verdure da piantare nell' orto. >
< Io sono Rina, la moglie del capoccia. Tutti mi rispettano perché sò cucinare, e tutti accettano che io da sola, possa decidere cosa mettere in tavola ogni giorno, a pranzo e a cena. Una volta alla settimana faccio la sfoglia sulla spianatoia con il rasagnolo. (la domenica) Farina e uova non mancano mai. Se nei giorni di festa decido di cucinare un paio di polli, con le interiora ci faccio un battutino mischiato a capperi e qualche acciughina, che spalmo su crostini di pane arrostiti nella brage del forno. Insieme ai polli metto in forno, nella grande teglia, tocchetti di patate con olio e rosmarino che piacciono tanto ai bambini. Una volta al mese faccio il bucato; il lavoro più faticoso: devo riempire la grande pignatta di coccio, alta più di un metro, già posizionata sopra uno sgabello vicino al focolare, di tutte le lenzuola e panni sporchi del mese. Poi copro la pignatta con il solito telo di juta e tanta cenere, che raccolgo sotto la legna che brucia sul focolare, con la paletta dal manico lungo. Mi dimenticavo di dire che la prima cosa da fare nel giorno del bucato, è di accendere il fuoco e appendere alla catena il grande paiolo pieno di di acqua. L'acqua bollita, versata lentamente sulla cenere, l'attraversa trasformandosi in 'ranno' che, come per un miracolo, lava i panni e li fa bianchi e profumati.
< Io sono il più piccolo, mi chiamo Romano. Con le mogli dei miei tre fratelli, formiamo un gruppo di lavoro che dirigo io. Vanghiamo e zappiamo la terra. Quando arriva il momento, provvediamo a potare le viti dell'uva in tutto il podere. Per la raccolta e mietitura del fieno o del grano, sono autorizzato a chiedere l' aiuto dei miei fratelli. >
< Io sono la quarta moglie, mi chiamo Adalcisa. Rimango a casa a curare i bambini, che mai mancano. Li allevo; sostituisco la loro mamma in tutto e per tutto. Richiamo le mamme nei campi, all'ora convenuta, solo per l'allattamento del proprio bambino.

Parte seconda ( Il fattore e Gnaccarino )
< Io sono il fattore: controllo spese e ricavi del podere. Al momento del raccolto divido tutto a metà: la parte che spetta al padrone, la faccio trasportare nel capanno, perché ne possa disporre come meglio crede. Il padrone licenzia subito il fattore, se il mezzadro riesce a rubare senza essere scoperto. Il mezzadro, quando gli si presenta l' opportunità, ruba tutto quello che può: un po di grano, un pollo, un coniglio, un fiasco di vino. Ho molto potere: posso buttare fuori dal podere un contadino che ho sorpreso a rubare anche un solo uovo. I contadini mi disprezzano perchè corteggio le loro mogli. Sanno che alcune possono accettare il corteggiamento: la paura, che la famiglia per colpa loro possa perdere il podere, è tanta.
< Io con la famiglia non c'entro niente. Mi chiamano Gnaccarino e abito al Borgo. Ho aderito, con altri disoccupati come me, a quel movimento che ha per simbolo un fascio di bastoni legati in cerchio intorno ad una scure. Gli iscritti sono tenuti a obbedire alla segreteria cittadina del movimento. Ho aderito a questo movimento perché sono disoccupato, ma anche perchè mi piace molto ciò che hanno in mente di fare. Non è lontano il giorno che in quel palazzo di Roma, il 'parlamento', entrerà un solo partito: il partito del fascio. Non ci vuole tanto cervello per capire che tutti quei partiti, nel parlamento, servono a niente. 13
Meglio un solo partito; si faranno meno chiacchere e per tutta l'Italia sarà una benedizione. >

Terza Parte ( la giornata del mezzadro )
Emma e Faustina conversano di fronte all'uscio di casa: Emma Ieri sera sono andata a confessarmi nella chiesina, da Don Paolo; c'era tanta gente che aspettava, fuori dal confessionale. Sono stata in coda quasi un'ora. Faustina A me il mio Romano m' ha detto che non devo assolutamente confessarmi da Don Paolo Emma Ha ragione tuo marito. Pensa che Don Paolo, dopo pochi minuti che ero inginocchia, mi fa: < spero che tu non voti per i socialisti! > < perché? > gli ho chiesto < perché i socialisti sono contro la religione> Poi ha continuato raccontandomi le cattiverie dei socialisti atei. Faustina Te l'ha data però l'assoluzione? Emma Non me l' ha data, perché io voto per i socialisti. Domani torno a confessarmi dal frate della Verna, che non mi chiede per chi voto.
Anche Pio e Genco dentro la stalla conversano, mentre con il forcone raccolgono sterco e paglia: Pio Gengo, prendi la merda del vitello io penso alla mucca. Genco Non credere di farmi un piacere; nella stalla la parte del vitello è quella più incasinata. Intanto Gino e Tognarro, seduti nel banchetto vicino alla fontana, a fianco della cantina, puliscono con un ciuffo di canapa e un bastoncino i fiaschi e le bottiglie, che mettono poi a scolo in una grande cesta di vinco. Gino Tognarro, che effetto ti fa dividere a metà con il padrone tutte le cose del podere? A me non sembra giusto. TognarroMa che razza di ragionamento il tuo. il padrone è il padrone. Ringrazio la madonna per la metà che ci dà. Gino Neanche tra fratelli riusciamo a capirci: ogni anno il nostro padrone riceve la metà dai suoi diciotto poderi. A noi, con la nostra metà, non rimangono quasi mai, neanche i soldi per le medicine o un paio di zoccoli. La chiami giustizia? TognarroMa ti sembra giusto che la mamma, per comprare quelle belle scarpe di cartone fibroso, venda al mercato, ogni tanto, qualche gallina o qualche coniglio, di nascosto del padrone? Gino Ti ricordi il vangelo che abbiamo ascoltato per pasqua: ' Gesù Cristo frustò i mercanti nel tempio, perché vendevano il pane a un prezzo, che solo i ricchi potevano comprare.' Il padrone è amico soltanto del fattore; alla fine della stagione lo ricompensa non poco. Noi, nel libro del dare e dell'avere non ci si capisce e così il fattore, che fa soltanto gli interessi del padrone, ci racconta tutte le balle che vuole, quando facciamo i conti a fine anno. Intanto Mariolino mette al corrente la mamma, di un 16 incontro che ha fatto al Borgo, con un amico di famiglia: Cecco della Bita.
Mariolino – Cecco della Bita mi ha detto di dirti che Gnaccarino, quello che è sempre in giro vestito con una camicia nera come l'inchiostro, va per i poderi della vallata a cercare i contadini che hanno la tessera socialista. La Rina chiama immediatamente le mogli dei suoi figli che poco dopo arrivano di corsa. Rina Prepariamoci a ricevere Gnaccarino e la sua squadraccia: tu Maria vai in cantina a prendere un fiasco di vino dell' anno scorso; è un' annata migliore. Emma, vai di sopra e scegli una pagnotta di pane tra quelle che abbiamo sfornato stamattina. Faustina, vai in cantina, porta su il prosciutto e gli ultimi due salami. Non dimenticare il coltello quello bello e tu Adalcisa, vai a prendere Albertino: lo terrai in collo fino a quando Gnaccarino non sarà andato via. Speriamo che il Signore ci aiuti. Dal fondo della strada, arriva nell'aia il rumore di un motore. Rina Li sentite sono loro……. cantano, sono felici. Il camioncino arriva nell'aia: si ferma vicino alla tavola imbandita. I cinque giovani in camicia nera, scendono dal camioncino urlando di gioia nel vedere tutta quella grazia di dio e, frenetici, si preparano un panino con le fette di pane già tagliate dalla Rina. 17 Gnaccarino – Allora, questo capoccia dove è andato?
Stanno tutti zitti mentre i cinque giovani continuano a mangiare e bere. Gnaccarino urla ai giovani di cercare il capoccia. Si dividono il compito: chi va in casa, chi dietro casa, chi in cantina, chi nel fienile, chi nella stalla; tutti urlano il nome del capoccia: < Andrea, Andrea dove ti sei nascosto? > Sono tutti ubriachi. Quando meno se l'aspettano, ecco spuntare da dietro la siepe dell'orto, il capoccia. < Prendetelo > urla Gnaccarino. Gnaccarino – Andate nel camioncino a prendere il fiasco dell'olio e non dimenticatevi la sedia. La squadraccia ritorna con la sedia e il fiasco pieno fino all'orlo di olio di ricino. Fanno sedere il capoccia sulla sedia che hanno sistemato in mezzo all'aia, in modo che tutti possano vedere. Il nonno Antonio, che aveva perduto una gamba nella prima guerra mondiale del quindici, osserva dalla finestra di cucina. Mentre due giovani tengono fermo il capoccia, uno gli infila con forza il beccuccio dell'imbuto in bocca. Gnaccarino, prende il fiasco dell'olio di ricino e senza badare alle urla delle donne, inizia a versare lentamente l'olio nell'imbuto.
Gnaccarino – Ancora voialtri socialisti non avete capito. Siete tutti rincretiniti. Ma capirete: con le buone o con le cattive. L'Italia non ne può più della vostra 18 democrazia. Per mettere le cose a posto ne basterà uno soltanto. Le donne urlano. Gnaccarino smette di versare l'olio, sistema l'imbuto sulle labbra di Andrea e riprende a versare. Andrea sussulta; uno dei giovani cerca di tenere ferma la sedia che ondeggia di qua e di la. L'olio nel fiasco è quasi finito ma Gnaccarino continua a versare fino alla fine. Gnaccarino – < Ragazzi torniamo al Borgo. > Salgono nel camioncino e ripartono cantando la filastrocca che cantano i mezzadri sfortunati: < mannaggia a me e quando ci pensai, di seminar il gran per quei valloni, alla raccolta furono lupini e alla battitura furono fagioli……. > Le donne si avvicinano al capoccia che è immobile; le braccia distese lungo il corpo: è morto soffocato dall'olio.
Il figlio maggiore prende il posto del Capoccia; la vita deve continuare; per i padroni è come se niente fosse accaduto. I padroni del podere erano anche i proprietari di alcuni palazzi rinascimentali del centro storico del Borgo. In uno di questi, il 'palazzo delle laudi', ci abitava questa antica famiglia di proprietari terrieri: la famiglia Marinelli; padrona di quarantadue poderi distribuiti sia nelle colline che nella vallata del Borgo. Agnese, unica zitella della famiglia, si era invaghita di 19 Egisto durante la battitura del grano nel mese di Luglio. Agnese, non ne perdeva una delle battiture. Partiva con il suo calesse, sempre tirato da un piccolo cavallo bianco, e sempre portava un pensierino a tutte le donne del podere: un rossetto, una sottana, un reggiseno, un paio di mutandine. Anche per lei la trebbiatura del grano era una giornata di festa, come lo era per le famiglie dei mezzadri. Arrivava sempre quando il capoccia faceva stendere la grande tovaglia bianca, fresca di bucato, nell'aia, perchè tutti, comprese le opere che venivano ad aiutare da altri poderi, potessero fare una delle più ricche colazioni dell'anno: la colazione della trebbiatura. Anche Agnese, accovacciata per terra, si ritrovava così a fianco del giovane Egisto, che tanto la tormentava in sogni proibiti. < cosa ho fatto di male? >> Nella cappellina del palazzo, chiedeva aiuto al Beato Ranieri, il Beato dei miracoli. Ora il caldo braccio di Egisto la sfiora. E' la stessa emozione di quando, quindicenne, Giovanni la tocca leggermente, nascosto dietro il banco di scuola, in terza magistrale: < No >> pensa > Disprezza questi pensieri che non ha cercato. A nulla valgono le appassionate implorazioni alla madonna e a tutti i santi. Anche quella sera, prima di addormentarsi, ecco Egisto 'che ritorna', con il suo immutabile sguardo fiero, dolce e affascinante. Quella mattina, appena sveglia, un solo pensiero: far venire Egisto dal podere al palazzo delle laudi al Borgo. Il babbo di Agnese e il fattore, hanno già prospettato di prendere a palazzo un uomo per le cantine e un giovane, tuttofare, adibito ai diversi lavori del palazzo. Egisto sarà il giovane tuttofare. Egisto è molto capace in tutto e si adopera per far contenta tutta la famiglia. L'infatuazione per Egisto tormenta Agnese in ogni momento della giornata. 20 Un pomeriggio che Egisto si trova in cantina, Agnese, senza rifletterci, scende per vederlo: < Egisto aiutami, io ti penso sempre… ho bisogno di te. >> Gli si avvicina e lo bacia sulla bocca. Egisto è molto emozionato; non la respinge, la tentazione è forte. Tutto succede tra le botti e il profumo del vino. Egisto che non è più mezzadro, sposa finalmente la sua adorata Lina. Vivono nel palazzo seicentesco di Via Aggiunti al numero 76 ( sono i solai del palazzo adattati dal padrone, alla meglio, per poterci vivere ). Il padrone Marinelli ha promesso a Egisto che, fino a quando lavorerà al 'palazzo delle laudi', non pagherà una lira d'affitto. Egisto sa che il miracolo l'ha voluto Agnese che, ogni tanto, ricerca Egisto in cantina. In quello stesso anno, 1927, io nacqui in quel palazzo.

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