Monzascacchi - c/o Target Club Viale Valassina 86, Lissone email: scacchimonza@gmail.com
 
VISTO DI PROFILO: FOTO SEGNALETICA

Mentre scelgo il posto dove sedermi, preoccupato dall'angolo di visuale, lo riconosco. È di spalle, accompagnato da una signora elegante, bionda in abito nero. Ha i capelli bianchi, ancora folti e leggermente lunghi. Come gli è sempre piaciuto. La fisionomia è la stessa da quaranta anni, quella di molte fotografie risapute e nonostante l'età ha prestanza atletica. Ad un piccolo tavolino da giardino con sedie semplici in legno, poggiano tre microfoni. Si siedono di fronte al pubblico: il giornalista, lui al centro e il traduttore. Sì, perché l'intervistato parla russo e neanche il traduttore afferra sempre ogni espressione. Anzi il traduttore è spesso in difficoltà sulla pronuncia dei nomi propri. Prende la parola il giornalista, che dopo un breve riepilogativo storico e la sottolineatura della straordinaria peculiarità dell'ospite il quale è famoso per una sconfitta, pone il taglio dell'incontro con una serie di domande di storia, di politica o geopolitica: passata, presente, futura. Si va avanti così per un po', a botta e risposta, con argomenti quali il capitalismo e il marxismo-leninismo, ideologia e libertà. Ma spesso la risposta è reticente, talvolta anche imbarazzata, risolta con una battuta o un intermezzo umoristico. Poi arriva un'ennesima complicatissima domanda riguardante lo scacchiere internazionale e il giornalista, per aiutarne la comprensione sottopone all'ospite una copia di una rivista internazionale. L'ospite inforca lentamente gli occhiali, legge i titoli, immaginiamo accompagnati da fotografia di Putin. Si volta fronteggiando il giornalista, lo squadra dall'alto in basso, facendo scivolare un poco gli occhiali sul naso. Lo osserva in silenzio da sopra gli occhiali, dalla cima dei capelli, al vestito, alle scarpe e al mormorio del pubblico che si fa ilare si volta verso il pubblico stesso e tutti insieme ridono. Siamo a Mantova, in un cortile interno di palazzo S. Sebastiano e Boris Spassky è un uomo anziano di bell'aspetto, umorista e piacevole intrattenitore. Il match di Reykiavik,quando gli scacchi ebbero risonanza anche in Occidente, la guerra fredda, la situazione nella ex Unione Sovietica, Putin. Boris racconta con piacere cercando un legame col pubblico che è venuto per lui e un primo segno evidente di questo feeling, di questa unione, si ha quando gli astanti sottolineano quasi in coro, trattenuto a stento, i nomi che il traduttore per pronuncia e per accenti si perde, afferrandoli ugualmente con cupidigia, con gioia, con entusiasmo, i nomi di tanti grandi giocatori, Alekhine, Bogoljubov, Nimzovic, Rubinstein, Verlinsky, Reti, Botwinnik, Keres, campioni famosi, molti conosciuti personalmente da Spassky. Sì, è evidente che l'uomo sul palchetto e il pubblico condividono un grande amore, un territorio comune li unisce. Poi anche il giornalista che intercala silenzi sempre più lunghi in presenza del fascino del campione russo si brucia molte simpatie quando chiede di Kasparov, del match durato sei mesi, e a suo dire sostenuto con il presente Spassky. Il quale molto professionalmente riferisce di aver disputato solo otto partite con Garry. Due vinte, due perse, quattro patte, recita. Salvo prendere un poco in giro sé stesso e il campione arzebajgiano con qualche aneddoto, dichiarando esplicitamente che non ne condivide la scelta di scendere in politica. E gli aneddoti arrivano copiosi, scorrono veloci, irrispettosi della forma convenzionale della conferenza. Poi il quarto d'ora finale, con le domande del pubblico e subito, la prima è bellissima. L'interlocutore si presenta con un preambolo comune ai presenti: lui, come molti di noi ha cominciato a giocare a scacchi all'epoca del match del 1972, un estate bellissima nel ricordo, e spara la domanda: 'Boris, svelaci il giallo di Reykiavik' E allora si capisce. Lui, Boris Spassky è lì per il pubblico, è lì per gli scacchisti, trentacinque anni dopo, è lì per noi, per il seguito vero e storico dei motivi di quel lontano match. Risponde subito. E pare d'intravedere un velo di sofferenza. Quell'incontro avrebbe preferito vincerlo e per due volte ne ebbe anche la possibilità quando per il comportamento di Bobby (lo chiama così) se ne sarebbe potuto andare, ancora campione. Invece prese una decisione individuale, peraltro non condivisa dalla Federazione Scacchistica Sovietica, né dall'intero apparato sovietico che quella copriva, di continuare il match. Una decisione umana che nasce dal suo orizzonte scacchistico. Per Lui si stava svolgendo un evento di festa. Al rientro in patria, quella decisione fu vista come un crimine. Un crimine. Quando ebbe a chiedere all'amico Botwinnik, il patriarca dello scacchismo sovietico 'Michael ( maicol all'inglese, non Mikhail), Fischer ha distrutto la scuola scacchistica sovietica?' ebbe in risposta un solo breve verso gutturale, quasi d'assenso, ma nessun ulteriore commento. La terza partita dell'incontro, quella disputata nella famosa saletta priva di pubblico, fu secondo Boris decisiva, poiché a suo giudizio si ribaltò completamente il trend psicologico dell'incontro, della storia regressa dei due contendenti. Si dissipo' il suo vantaggio psicologico ed ogni cosa andò storta. La terza partita fu una catastrofe. Quattro anni dopo dal rientro in patria, Spassky emigrò in Francia ove conobbe la sua attuale compagna e Boris si ferma a comparare i risvolti di quel match per i due protagonisti. In fondo positivi per lui, tragici per Bobby. Al termine gli autografi. Ha ancora un bell'aspetto Spassky, occhi verdi, la lentezza e la pacatezza degli anni. Grazie gli dico, e poi me lo chiedo dopo la formalità. Perché grazie? Adesso ha un senso. Grazie per aver continuato il match Boris. Forse tutto quello che vuoi davvero è sentire da questo pubblico che hai fatto bene a prendere quella decisione. Hai fatto la cosa giusta e oggi, trentacinque anni dopo, te l'abbiamo detto.

»
Scrivi a kob